Il fatturato della moda italiana continua ad arretrare nel 2026, tra export in calo, crisi del lusso e undici imprese al giorno che chiudono. Un viaggio nei numeri della filiera del made in Italy e in chi la tiene in piedi.
Di solito seguo l'hardware e le grandi aziende tecnologiche, ma i numeri che arrivano quest'anno dalla moda italiana sono impossibili da ignorare. Il settore che veste il mondo intero sta attraversando un momento delicato, fatto di fatturati in arretramento e di piccole imprese che faticano sempre di più a resistere.
Un fatturato che arretra
Il quadro generale parla chiaro. Il fatturato complessivo dell'industria italiana della moda è passato dai 95,8 miliardi di euro del 2024 ai 92,9 miliardi del 2025, con un calo del 3,1 per cento, e nel 2026 scende ancora fino a 91,477 miliardi, un ulteriore meno 1,5 per cento. Un arretramento lento ma ostinato.
Il tessile abbigliamento sotto pressione

A soffrire in modo particolare è il comparto tessile e abbigliamento in senso stretto, che nel 2026 ha registrato un fatturato di 58,39 miliardi di euro, in calo del 2,4 per cento rispetto all'anno precedente. È il cuore manifatturiero del made in Italy a sentire tutto il peso di questa fase difficile.
Una filiera enorme
Non si tratta affatto di un settore di nicchia, tutt'altro. La filiera conta 37.331 imprese e 372.200 addetti, pari al 9,5 per cento dell'intera occupazione manifatturiera italiana. Dietro le vetrine eleganti c'è dunque un pilastro molto concreto dell'economia e del lavoro dell'intero paese.
La produzione rallenta
Anche la produzione mostra chiaramente il segno meno. Nel primo trimestre del 2026 la produzione del comparto tessile, abbigliamento e pelli è diminuita del 2,8 per cento. Il dato resta negativo, ma segnala un rallentamento rispetto al ben più marcato meno 5,5 per cento registrato nel corso del 2025.
L'export, motore in frenata
L'export è da sempre il vero motore del settore, visto che rappresenta il 63,3 per cento del giro d'affari complessivo. Nel 2026 si è attestato a 36,94 miliardi di euro, in calo dell'1,6 per cento, mentre nei primi tre mesi dell'anno le esportazioni della moda sono scese del 2,2 per cento.
La crisi del lusso
Dietro questi numeri si nasconde un contesto globale complicato. La domanda si è indebolita, le tensioni geopolitiche pesano e soprattutto il settore del lusso, che a lungo ha trainato l'intera moda italiana, sta a sua volta attraversando una fase di evidente raffreddamento e di grande incertezza.
Undici serrande al giorno
Il dato più doloroso riguarda però le chiusure. Nel solo secondo trimestre del 2025 si sono registrate 1.035 cessazioni di imprese del tessile, abbigliamento e pelli, di cui 843 artigiane. In pratica, in quei mesi, circa undici imprese al giorno hanno abbassato la saracinesca per sempre.
Gli artigiani in prima linea
A pagare il prezzo più alto sono proprio gli artigiani. Sono i piccoli atelier e i laboratori a conduzione familiare, custodi di un sapere prezioso, a risultare i più fragili di fronte alla crisi. E ogni bottega che chiude porta con sé competenze e mestieri difficili da ricostruire.
Perché riguarda tutti
Questa non è soltanto una storia di moda, ma una vicenda che tocca il lavoro, i territori e l'identità stessa del made in Italy. Quando la filiera tossisce, sono interi distretti produttivi, da Nord a Sud, a sentire il colpo e a temere seriamente per il proprio futuro.
Non solo passerelle
Il glamour delle passerelle rischia di nascondere una realtà industriale molto più dura. Dietro ogni collezione che sfila a Milano c'è una catena fatta di filatori, tintori e sarti, spesso invisibili, che oggi lavorano sotto una pressione crescente e con margini sempre più stretti.
Segnali di una caduta più lenta
Non tutto è però negativo. Il fatto che il ritmo della discesa si stia attenuando, con la produzione a meno 2,8 per cento contro il meno 5,5 dell'anno prima, può essere letto come un primo segnale. Non è ancora una ripresa vera, ma forse l'inizio di un lento assestamento.
La sfida dei prossimi anni
La vera sfida dei prossimi anni sarà difendere questa filiera, sostenere gli investimenti e l'innovazione e tenere in vita gli artigiani. Solo così il made in Italy potrà restare qualcosa di reale e vissuto, e non ridursi a una semplice etichetta cucita in fretta su un capo.
Pezzo davvero utile su made in Italy.
made in Italy: spiegato con chiarezza.
Concordo.

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