Con anomalie fino a oltre tre gradi e ondate di calore marine sempre più lunghe, il Mar Mediterraneo vive nel 2026 una stagione di temperature record che minaccia i suoi delicati ecosistemi.
Chi si è tuffato nel mare italiano durante l'estate del 2026 potrebbe aver notato un'acqua insolitamente tiepida, quasi come quella di una vasca. Non è una semplice impressione. Il Mar Mediterraneo si sta scaldando a ritmi sempre più preoccupanti, e i dati raccolti nell'ultimo periodo raccontano di una serie di record che destano l'allarme di scienziati e ambientalisti.
Temperature mai viste prima
I numeri parlano chiaro. Nel luglio del 2026 la temperatura media dell'intero bacino del Mediterraneo ha toccato circa ventisette gradi, un nuovo record assoluto per quel mese, superiore addirittura a quello dell'anno precedente. Poche settimane dopo, a metà agosto, la temperatura superficiale media ha raggiunto quota ventotto virgola sei gradi, segnando un ulteriore primato giornaliero.
Il fenomeno non riguarda soltanto un anno isolato. Già nel 2025 la temperatura media annuale della superficie del Mediterraneo era risultata la seconda più alta mai registrata, superata solo dai valori eccezionali del 2024. Secondo gli osservatori, il luglio 2026 è stato inoltre il più caldo per il Mediterraneo almeno dal 1993, a conferma di una tendenza ormai consolidata.
A rendere il quadro ancora più netto è la diffusione del fenomeno. Nel luglio 2026, secondo le rilevazioni, circa il settantanove per cento della superficie del Mediterraneo ha sperimentato ondate di calore marine intense per almeno un giorno, un valore mai raggiunto prima in un mese di luglio. In alcune zone, inoltre, i giorni di ondata di calore superano ormai le duecento unità nell'arco di un intero anno.
Il caso della Sardegna

Alcune aree hanno vissuto situazioni particolarmente estreme. In Sardegna, nell'Area Marina Protetta dell'Isola dell'Asinara, tra la fine di maggio e il mese di luglio 2025 è stata registrata un'anomalia massima della temperatura superficiale di circa tre gradi e mezzo sopra la soglia climatica. Il tutto durante un'ondata di calore marina durata ben quarantuno giorni consecutivi.
Ancora più preoccupante è il fatto che il calore non resta in superficie. Le rilevazioni mostrano infatti che le anomalie termiche possono spingersi fino a circa quaranta metri di profondità. Questo significa che il riscaldamento non colpisce soltanto la fascia superficiale, ma raggiunge anche gli habitat più profondi, dove vivono specie particolarmente sensibili ai cambiamenti.
Il progetto Mare Caldo
A monitorare da vicino questa situazione è il progetto Mare Caldo, promosso da Greenpeace Italia. L'iniziativa si avvale di una rete di quattordici stazioni di rilevamento distribuite lungo le coste italiane, di cui ben tredici collocate all'interno di aree marine protette. Un osservatorio prezioso, che permette di seguire l'evoluzione del fenomeno nel tempo con dati concreti.
Il lavoro si avvale inoltre della collaborazione di enti scientifici di rilievo. Tra i partner del progetto figurano il dipartimento Distav dell'Università di Genova, l'istituto nazionale di oceanografia OGS e il dipartimento di scienze biomolecolari dell'Università di Urbino. Un impegno corale che unisce ricerca accademica e monitoraggio sul campo lungo tutta la penisola.
Gli effetti sugli ecosistemi
Le conseguenze di tutto questo calore si vedono già sotto la superficie. Il rapporto documenta fenomeni di necrosi e sbiancamento a carico di gorgonie e coralli, organismi fragili e fondamentali per l'equilibrio dei fondali. Quando le temperature restano troppo elevate troppo a lungo, queste specie faticano a sopravvivere, con danni che rischiano di rivelarsi permanenti.
A cambiare non sono solo le specie che soffrono, ma anche quelle che avanzano. Il riscaldamento favorisce infatti l'espansione di specie termofile, amanti del caldo, e di specie aliene provenienti da altri mari. Questo lento ricambio altera gli equilibri tradizionali del Mediterraneo, con effetti potenziali sulla pesca e sull'intera catena alimentare marina.
Il vero problema, spiegano gli esperti, è la durata e la ripetizione di questi episodi. Quando le ondate di calore si susseguono anno dopo anno, gli organismi marini non hanno il tempo di riprendersi tra un evento e l'altro. Le aree marine protette, in questo senso, funzionano come vere e proprie sentinelle, permettendo di osservare in anticipo ciò che potrebbe accadere altrove.
Perché è importante
Un mare più caldo non è soltanto un problema per pesci e coralli. L'acqua surriscaldata immagazzina infatti grandi quantità di energia, che può alimentare fenomeni meteorologici estremi, soprattutto in autunno, quando l'aria più fredda incontra un mare ancora bollente. Le ripercussioni, dunque, possono arrivare fino alla terraferma, sotto forma di piogge intense e violente.
In conclusione, il 2026 conferma che il riscaldamento del Mediterraneo non è più uno scenario futuro, ma una realtà misurabile e presente. Tra record di temperatura, ondate di calore prolungate ed ecosistemi sotto stress, il nostro mare lancia segnali sempre più chiari. Ascoltarli e monitorarli con attenzione è ormai una necessità non più rinviabile.

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