Dietro pannelli e pale c'è un protagonista antico che torna al centro: l'acqua. Ecco come l'Italia riscopre il pompaggio idroelettrico, una batteria fatta di montagne, per bilanciare sole e vento.
Quando pensiamo alla rivoluzione dell'energia pulita, immaginiamo pannelli solari e pale eoliche. Ma dietro le quinte c'è un protagonista silenzioso e antico che sta tornando al centro della scena, l'acqua. In questo articolo racconto come l'Italia stia riscoprendo l'idroelettrico e soprattutto il pompaggio, una vera batteria fatta d'acqua e di montagne, per tenere in equilibrio una rete sempre più affamata di sole e di vento.
Il vecchio alleato dell'energia pulita
L'energia idroelettrica non è una novità per il nostro Paese, anzi è la più antica delle fonti rinnovabili italiane. Le grandi dighe alpine producono elettricità da oltre un secolo e hanno accompagnato la crescita industriale della nazione. Oggi però il loro ruolo cambia, perché non servono più soltanto a generare corrente, ma a fare qualcosa di ancora più prezioso, cioè immagazzinare energia quando ce n'è troppa e restituirla quando serve davvero.
Perché il sole e il vento hanno bisogno di una batteria
Il problema del solare e dell'eolico è ormai noto, producono tanto in certi momenti e quasi nulla in altri. A mezzogiorno i pannelli riversano nella rete una quantità enorme di energia, ma la sera, quando le case si accendono, quel sole non c'è più. Senza un modo per conservare questa abbondanza, gran parte di essa andrebbe semplicemente sprecata. Ecco perché l'accumulo è diventato il vero anello mancante della transizione energetica moderna.
Cos'è il pompaggio: una batteria d'acqua

Il pompaggio idroelettrico risolve questo problema in modo tanto semplice quanto geniale. Quando c'è elettricità in eccesso e costa poco, l'acqua viene pompata da un bacino inferiore a uno superiore, in alto tra le montagne. Poi, nei momenti di grande richiesta, quell'acqua viene lasciata ricadere attraverso le turbine, generando corrente proprio quando la rete ne ha più bisogno. È una batteria gigantesca, fatta di gravità e di acqua invece che di litio.
Due bacini e la forza di gravità
Il principio si regge tutto su due bacini posti a quote diverse e sulla forza di gravità. Nelle ore in cui l'energia abbonda, di solito grazie al sole di mezzogiorno, le pompe spingono l'acqua verso l'alto accumulando energia potenziale. Quando poi la domanda sale, la stessa acqua scende e mette in moto le turbine. Il ciclo può ripetersi ogni giorno, trasformando i rilievi italiani in enormi serbatoi di energia sempre pronti all'uso.
Il 2026 delle aste per l'accumulo
Il 2026 si annuncia come un anno cruciale per questa tecnologia in Italia. Sono attese due aste nell'ambito del cosiddetto mercato a termine degli stoccaggi, una dedicata alle batterie al litio e un'altra riservata proprio al pompaggio idroelettrico. Questi meccanismi servono a dare certezze economiche a chi investe in impianti di accumulo, spingendo così la costruzione di nuove opere capaci di sostenere la rete negli anni a venire.
Terna e un piano da 16,5 miliardi
A guidare questa spinta c'è Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale. L'azienda ha annunciato un piano di investimenti fino a 16,5 miliardi di euro per il periodo dal 2024 al 2028, il più alto della sua storia, pensato per accelerare la decarbonizzazione del Paese. Una parte importante di queste risorse è destinata proprio a rafforzare la rete e a integrare i grandi sistemi di accumulo, tra cui il pompaggio.
La Sicilia entra in gioco
Il rinnovato interesse per il pompaggio non riguarda solo le Alpi, ma scende fino al Sud. Le società Edison e Webuild hanno siglato un accordo per sviluppare due progetti di pompaggio in Sicilia, portando questa tecnologia in una regione ricca di sole e di vento. È un segnale importante, perché mostra come le batterie d'acqua possano nascere anche lontano dai grandi ghiacciai, ovunque il territorio offra i giusti dislivelli tra le sue alture.
Numeri globali in crescita
L'Italia non è sola in questa corsa, che è ormai un fenomeno mondiale. A livello globale gli impianti di pompaggio installati raggiungono circa 160 gigawatt e si prevede che supereranno i 200 gigawatt entro il 2026. Sono cifre che raccontano una tendenza chiara, il pompaggio resta di gran lunga la forma di accumulo di energia più diffusa al mondo, molto più grande di quanto facciano oggi tutte le batterie chimiche messe insieme.
Verso i 200 gigawatt nel 2030
Guardando al futuro prossimo, i numeri italiani fanno impressione. Secondo Terna, entro il 2030 il Paese avrà circa 200 gigawatt di capacità di generazione installata, di cui ben 140 provenienti da fonti pulite. Con così tanta energia rinnovabile in rete, gli esperti avvertono che tagliare parte della produzione nei momenti di eccesso diventerà una condizione strutturale del sistema. Proprio per questo servono strumenti capaci di assorbire quei picchi invece di sprecarli.
Non solo batterie chimiche
Spesso quando si parla di accumulo si pensa subito alle batterie al litio, ma il pompaggio gioca in un campionato diverso. Le batterie chimiche sono perfette per interventi rapidi e di breve durata, mentre il pompaggio può immagazzinare enormi quantità di energia per molte ore di seguito. Le due tecnologie non sono rivali, bensì complementari, e insieme formano la spina dorsale di una rete capace di reggere un futuro dominato dalle rinnovabili.
Le sfide: ambiente e territorio
Nulla di tutto questo è privo di difficoltà, e sarebbe ingenuo nasconderlo. Costruire nuovi bacini e condotte incide sul paesaggio e sugli ecosistemi di montagna, e ogni progetto deve fare i conti con le comunità locali e con l'ambiente. La sfida per l'Italia sarà espandere il pompaggio riutilizzando dove possibile impianti e invasi già esistenti, riducendo l'impatto e trasformando infrastrutture del passato in risorse preziose per il futuro.
Innovazione che si sporca le mani
Quello che mi affascina di questa storia è che non parla di gadget scintillanti, ma di acqua, cemento e montagne. È innovazione concreta, quella che si sporca le mani, dove la tecnologia più avanzata sfrutta la più antica delle forze naturali, la gravità. In un'epoca ossessionata dal digitale, è quasi poetico che una delle chiavi della transizione verde sia semplicemente far salire e scendere dell'acqua lungo i fianchi delle nostre montagne.
Conclusione
L'Italia possiede montagne, dighe e un secolo di esperienza nell'idroelettrico, e oggi ha la possibilità di trasformare tutto questo in un vantaggio strategico per la transizione energetica. Le batterie d'acqua non faranno notizia come l'ultimo smartphone, ma potrebbero decidere se il sole raccolto a mezzogiorno illuminerà davvero le nostre case la sera. Seguirò con attenzione come queste opere silenziose cresceranno nei prossimi anni.

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