A fine settembre il Bitcoin ha superato gli 86 mila dollari toccando i massimi da otto mesi, spingendo qualcuno a dichiarare conclusa la stagione fredda. Ma il giorno dopo i timori sui tassi hanno rovinato la festa. Cosa insegna questa altalena.
Per qualche ora, a fine settembre, è sembrato che il grande gelo delle criptovalute fosse finalmente alle spalle. Il Bitcoin è schizzato oltre gli 86 mila dollari, toccando i massimi degli ultimi otto mesi, e più di un analista si è affrettato a dichiarare conclusa la lunga stagione fredda del settore. Poi, nel giro di una sola giornata, l'entusiasmo si è sgonfiato, ricordando a tutti quanto sappia essere volatile questo mercato.
Il balzo verso i massimi
I numeri raccontano bene la fiammata. Il 23 settembre il Bitcoin ha aperto a circa 86.195 dollari, per poi assestarsi intorno agli 85.600, mentre l'Ethereum viaggiava attorno ai 2.750 dollari. Entrambe le principali criptovalute si sono spinte vicino ai massimi da otto mesi, al culmine di una corsa che nei giorni precedenti aveva visto il Bitcoin guadagnare oltre il cinque per cento venerdì e circa il sei per cento lunedì.
Dietro questo scatto non c'è un solo motivo, ma una combinazione di fattori. Secondo Nicolai Søndergaard di Nansen, la spinta è arrivata soprattutto da una rinnovata domanda per i fondi negoziati in borsa legati alle cripto e da un ampio short squeeze, ovvero la corsa a ricoprire le posizioni di chi aveva scommesso sul ribasso. Quando questi due elementi si sommano, il prezzo può salire molto in fretta.
L'analista che dichiara la fine dell'inverno

A dare voce all'ottimismo è stato Sean Farrell, responsabile degli asset digitali di Fundstrat, con parole nette. Il breakout del Bitcoin è credibile, ha affermato, e a suo giudizio l'inverno delle criptovalute è finito, pur precisando che questo non significa che il cammino verso l'alto sarà lineare. Una dichiarazione pesante, che in un mercato guidato dalle emozioni può da sola alimentare nuovi acquisti.
Vale la pena ricordare cosa si intende per inverno cripto. È il termine con cui il settore descrive le lunghe fasi di prezzi depressi, scarso interesse e disillusione che seguono le grandi bolle speculative. Proclamarne la fine non è un dettaglio semantico, perché in questo mondo il sentiment si trasforma spesso in profezia che si autoavvera, spingendo altri investitori a rientrare sul mercato.
La doccia fredda del giorno dopo
L'euforia, però, è durata pochissimo. Già il 24 settembre il quadro si è ribaltato: il Bitcoin è sceso fino a circa 83.462 dollari, in calo del due virgola uno per cento rispetto al giorno precedente, mentre l'Ethereum è arretrato a circa 2.646 dollari, con una flessione del due virgola cinque per cento. In poche ore buona parte dello slancio appena conquistato era già svanita.
La causa del dietrofront va cercata lontano dal mondo cripto, nei timori sull'inflazione. Sono infatti aumentate le aspettative che la banca centrale americana alzi ancora i tassi di interesse entro fine anno. Secondo lo strumento FedWatch del CME Group, la probabilità di un rialzo a ottobre è salita al settantacinque virgola tre per cento, mentre quella di un ulteriore ritocco a dicembre si attesta al cinquantotto virgola sei per cento.
Perché i tassi contano per le criptovalute
Il legame tra tassi e cripto può sembrare sorprendente, ma è ormai molto stretto. Quando il denaro costa di più, gli investitori tendono ad allontanarsi dagli asset più rischiosi e speculativi per rifugiarsi in strumenti sicuri che finalmente offrono rendimenti interessanti. Le criptovalute, prive di cedole e di dividendi, sono tra le prime a soffrire in un contesto di liquidità che si restringe.
Questo mette in discussione una vecchia promessa del settore. Per anni il Bitcoin è stato presentato come un bene rifugio indipendente dalle logiche dei mercati tradizionali, quasi un oro digitale. La realtà degli ultimi tempi è però diversa, perché la sua quotazione si muove sempre più in sintonia con le azioni tecnologiche e con l'appetito generale per il rischio, altro che porto sicuro al riparo dalle tempeste.
Cosa significa per chi investe
Per chi guarda a questo mercato, la lezione di questi giorni è piuttosto chiara. Una singola giornata di rialzi, per quanto spettacolare, non fa una tendenza, e i massimi da otto mesi possono trasformarsi in fretta in un pretesto per prendere profitto. La domanda per i fondi quotati resta un segnale strutturale positivo, ma nel breve periodo a comandare sono ancora le mosse della banca centrale americana.
La strada più ragionevole resta quindi la prudenza. Conviene dimensionare con attenzione le proprie posizioni, evitare di rincorrere i prezzi solo perché stanno salendo, e comprendere fino in fondo il livello di rischio che ci si assume. In un settore capace di guadagnare e perdere diversi punti percentuali in una sola giornata, la gestione delle emozioni conta quanto l'analisi dei grafici.
Uno sguardo ai prossimi mesi
Se l'inverno cripto sia davvero finito lo diranno soprattutto due fattori: la direzione dei tassi e la solidità dei flussi verso i fondi quotati. Un'eventuale conferma della linea dura da parte della banca centrale a ottobre potrebbe raffreddare di nuovo gli entusiasmi, mentre un rientro dell'inflazione riporterebbe rapidamente gli acquirenti sul mercato, pronti a spingere le quotazioni verso nuovi massimi.
In fondo, la vicenda di questi giorni riassume alla perfezione l'anima delle criptovalute: capaci di accendere grandi speranze e di spegnerle con altrettanta rapidità. Il Bitcoin ha dimostrato di avere ancora la forza per tornare a correre, ma anche tutta la fragilità di un asset che resta appeso alle decisioni delle banche centrali. Per ora, più che di fine dell'inverno, conviene forse parlare di un timido disgelo.
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