La Fed lascia invariati i tassi nonostante l'inflazione al 3,7%. Analisi sull'impatto sui mercati e sui rendimenti obbligazionari.
Kevin Warsh ha parlato con una durezza che ha colto di sorpresa molti operatori: la politica non c'entra nulla con la scelta di oggi. La Federal Reserve ha deciso di tenere i tassi fermi, una mossa calcolata a sei giorni dalle elezioni di metà mandato. Non è un segno di debolezza, è una posizione strategica precisa.
Negli USA l'inflazione è salita al 3,7% in settembre, partendo dal 3,4% del mese prima. I numeri mostrano che i prezzi sono ben sopra il target del 2%. Eppure la banca centrale ha resistito alla tentazione di alzare i tassi, puntando sulla stabilità e sul duplice mandato congressuale.
La prudenza come strategia
C'è un timore tra gli analisti: Warsh e la sua squadra rischiano grosso se non intervenissero. I prezzi mostrano una pressione che non si placa. Ma i vertici della Fed hanno scelto di non correre, soprattutto in un momento così politico.
La tradizione della banca centrale è stare lontana dalla politica. Questo principio guida le aspettative e pesa sulla lettura dei mercati. La decisione di mercoledì non è un cedimento, è un'affermazione di indipendenza che ha rassicurato gli investitori istituzionali più cauti.

Il ritorno in auge del reddito fisso
Mentre le azioni oscillano, il mercato obbligazionario vive un momento unico. I rendimenti sui portafogli bilanciati tra titoli di Stato e corporate bond di alta qualità superano il 5%. Per molti professionisti è il periodo più attraente della carriera.
I rendimenti nominali e reali toccano massimi ventennali o venticinquennali. A fine terzo trimestre, i TIPS decennali americani stavano intorno al 3%, con le scadenze lunghe che sfioravano il 3,5%. Questi livelli offrono una protezione inflattiva che molti cercavano da anni.

Il confronto con gli anni Novanta
Un'altra salita di 50 o 100 punti base riporterebbe i tassi ai livelli degli anni Novanta. Per il nostro team di fixed income, questi sono i massimi di atterraggio possibili. Negli USA e in Germania, esclusi i boom post riunificazione, i tassi attuali sono storicamente alti.
Negli anni Novanta la crescita era robusta: +4,2% annuo negli USA, +2,5% in Europa e +9,2% in Cina. Oggi le economie avanzate crescono circa 1,5 punti percentuali in meno. Non abbiamo più i ventagli strutturali di allora, come la globalizzazione o l'espansione del potere d'acquisto.

L'AI e il costo del capitale
Anche con l'apporto positivo dell'intelligenza artificiale, che ha quasi quattro anni di storia, l'economia attuale non beneficia dei favoriti strutturali del cambio di secolo. La crescita produttiva derivante dall'AI difficilmente eguaglierà quella dei tardi anni Novanta, quando il contributo dell'IT stimato era tra lo 0,5% e l'1% annuo.
Questo ciclo è altamente capital-intensive. La sua continuazione dipenderà crucialmente dal costo del capitale. I tassi reali e nominali di quella decade rimangono il benchmark, preannunciando livelli che peseranno sull'economia e sulle finanze pubbliche. La reflexività si è riaccesa, costringendo i debitori vulnerabili a rivedere le proprie posizioni.
Reazioni dai mercati europei
A Piazza Affari la chiusura è stata in moderato rialzo, con l'indice che ha guadagnato lo 0,37%. Il protagonista assoluto è stato Stellantis, che ha volato del 15,63% dopo i conti del terzo trimestre. I risultati mostrano progressi nel piano di ristrutturazione da 60 miliardi di euro, con una forte riduzione delle perdite.
Il petrolio è scambiato oltre 116 dollari al barile, in rialzo del 6,9% in una settimana. Le quotazioni del gas salgono del 4,7% in un solo giorno, superando i 100 euro per megawattora. Questi movimenti confermano che le materie prime restano un fattore chiave nella pressione inflattiva globale.
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