Il Prosecco continua a correre sui mercati esteri con oltre 667 milioni di bottiglie, ma i dazi americani sono costati al vino italiano oltre 340 milioni di euro in un anno. Un ritratto di un settore che soffre e resiste, tra numeri e volti.
Sono abituato, per mestiere, a cercare l'uomo dietro ogni sentenza e ogni numero, e questa storia non fa eccezione. Perché dietro le cifre miliardarie del vino italiano ci sono migliaia di famiglie, di vignaioli e di piccole cantine che ogni anno affidano il proprio destino a un grappolo d'uva e ai capricci dei mercati lontani.
Il 2026 è un anno complicato per questo settore simbolo del Made in Italy. Da una parte le bollicine continuano a brindare a colpi di record, dall'altra un nuovo ostacolo si è alzato oltreoceano sotto forma di dazi americani. Vale la pena mettere in fila i numeri e capire come sta davvero il nostro vino.
Il Prosecco, gioiello delle bollicine
Partiamo dalla buona notizia, che ha il colore dorato del Prosecco. Secondo i dati di settore, il Prosecco DOC ha chiuso il 2025 con oltre 667 milioni di bottiglie e circa 2,2 miliardi di euro di export. Un risultato impressionante, che conferma queste bollicine come uno dei prodotti agroalimentari italiani più amati e richiesti nel mondo intero.
Il dato più sorprendente è la vocazione internazionale di questo vino. Oltre l'82 per cento della produzione di Prosecco DOC prende infatti la via dell'estero, segno di quanto il resto del pianeta abbia imparato ad apprezzarlo. Tra i mercati in crescita spicca la Francia, salita del 18 per cento fino a diventare il terzo sbocco dopo Stati Uniti e Regno Unito.
Il muro dei dazi americani
Accanto a questi brindisi, però, c'è una nota decisamente più amara. L'introduzione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti ha colpito duramente le nostre esportazioni, e il conto presentato al comparto è salato. Secondo l'Unione Italiana Vini, dopo un anno di tariffe aggiuntive l'export verso gli USA ha perso oltre 340 milioni di euro.
Non si tratta solo di un calo di valore, ma anche dei volumi effettivamente spediti oltre Atlantico. Il problema è tutt'altro che marginale, perché gli Stati Uniti restano il primo mercato di riferimento per il vino Made in Italy. Quando il cliente più importante alza le barriere, l'onda d'urto si sente lungo l'intera filiera produttiva.
Un settore che soffre ma resiste

I primi mesi del 2026 hanno confermato le difficoltà, con l'export complessivo di vino italiano in territorio negativo. Alcune rilevazioni parlano di un calo attorno al 7 per cento nei primi cinque mesi dell'anno, una flessione pesante per un comparto abituato da tempo a marciare quasi sempre in direzione della crescita.
Eppure, in mezzo alle nuvole, si è affacciato qualche timido raggio di sole. Ad aprile il mercato statunitense ha segnato un più 1,6 per cento, il primo dato positivo dopo ben dieci mesi consecutivi di perdite. Un piccolo segnale, certo, ma che ha ridato un minimo di fiducia a produttori ed esportatori che tenevano il fiato sospeso.
Perché gli Stati Uniti contano così tanto
Per capire la portata della sfida bisogna guardare al contesto americano nel suo insieme. Nello stesso periodo il consumo complessivo di vino negli Stati Uniti è calato di oltre il 10 per cento, in un mercato che sta cambiando abitudini e che beve mediamente meno rispetto al passato, anche per ragioni generazionali e di stili di vita.
In questo scenario difficile, il vino italiano ha retto meglio di altri soprattutto grazie al Prosecco, che si è confermato l'unico segmento capace di crescere, con un più 1,8 per cento in controtendenza. Le bollicine, insomma, si sono trasformate nel salvagente a cui l'intero comparto si è aggrappato per non affondare.
Non solo numeri, ma uomini e territori
Come dicevo all'inizio, però, a me interessano soprattutto le persone che stanno dietro a queste statistiche. Ogni bottiglia esportata è il frutto di un anno intero di lavoro tra i filari, di gelate temute, di vendemmie strappate al maltempo e di scelte fatte da chi rischia in prima persona i propri risparmi sulle colline di casa.
I dazi, per questa gente, non sono un'astrazione da telegiornale, ma la differenza concreta tra un anno sereno e uno di conti in rosso. Dietro le percentuali si nascondono cantine familiari, cooperative di paese e giovani che hanno scelto di restare sulla terra dei nonni invece di andarsene, scommettendo tutto sulla qualità.
Le sfide del futuro
Guardando avanti, la strada per il vino italiano appare tanto affascinante quanto in salita. Da un lato serve difendere e magari ampliare i mercati storici, dall'altro diventa sempre più urgente diversificare, cercando nuovi Paesi disposti ad accogliere le nostre bottiglie senza penalizzarle con tariffe punitive alla frontiera.
La forza di questo settore, in fondo, resta la stessa di sempre: un legame profondo tra prodotto e territorio che nessun dazio può cancellare del tutto. Se saprà unire questa identità alla capacità di adattarsi ai mercati che cambiano, il vino italiano avrà ancora molte annate da festeggiare, calice alla mano.
Pezzo davvero utile su vino italiano.
La penso uguale.

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